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Liberalizzazioni, ovvero frittura mista con affettato di cipolle crude PDF Stampa E-mail
Pasetti - L'Opinione
2013
09
Gennaio

Qualsiasi operatore autonomo, sia imprenditore, sia professionista, è pienamente consapevole che in un mercato nazionale in una situazione di crisi generalizzata, quale l'attuale, per sopravvivere con le proprie forze nella battaglia quotidiana con i concorrenti nazionali e "foresti" (parola genovese più orecchiabile del termine "stranieri"), deve essere in possesso di una professionalità di alto livello, acquisita con molti anni di studi, di esami, con plurimi anni di pratica aziendale, anche quale dipendente, con continui sacrifici personali.

La dottrina liberale, che ha improntato ed impronta i paesi europei, si basa sul principio per il quale l'economia di mercato si evolve liberamente ed efficacemente per l'azione che gli operatori autonomi realizzano progressivamente con la propria capacità e competenza, facendo, sì che la combinata dinamica dell'offerta e della domanda trovi un continuativo equilibrio, rimanendo attivi i più capaci, che, sapendo adeguarsi ai tempi ed innovare, creano progresso, sviluppano le imprese, il lavoro, i redditi, i consumi e l'economia nazionale.

Un tale processo di valenza economica e sociale si disgrega ove sia lo Stato ad intervenire avvalendosi della ammaliatrice parola "liberalizzazioni".

I padri dell'economia liberale, per i quali l'ingerenza dello Stato nelle categorie imprenditoriali costituiva una iattura, si rivolterebbero nella tomba.

Il termine appare suggestivo per ammantare suadentemente autoritative quantificazioni, per legge, di aggiuntive immissioni numeriche fra le categorie, pur nella stagnazione di un mercato di consumi in regressione.

Da cui: ove più settori del mercato economico imprenditoriale, in crisi, vengono colpiti - in forza di leggi, non per una naturale apertura dei mercati - da manovre di inserimento inflativo di un repentino maggior numero di imprenditori, vengono mandati allo sbaraglio sia i nuovi, sia i precedenti.

Ed altresì si è lontani e fuori dal "liberalizzare" allorché venga anche astrattamente quantificato riduttivamente il numero di clienti "territoriali " dei quali ognuno dovrebbe potersi avvalere, come se potesse disporre degli stessi quasi si trattasse di merce contingentata assegnata e depositata in magazzino in attesa di utilizzo e come se la clientela potesse, per legge, essere indirizzata e gestita in ambiti territoriali.

Significativamente i vettori "padroncini" da 200.000 circa del 1990, oggi sono circa 100.000. I minimi delle tariffe a forcella introdotti con il D. M .del 1982, consentivano a malapena la sopravvivenza; ma la sbandierata "liberalizzazione" del 2006 ne ha determinato l'abolizione.

Era comprensibile ed era stata preventivata la recente reazione del blocco effettuato dai vettori; evitabile con tempestivo buon senso da parte di chi avrebbe dovuto comprendere che la situazione non poteva essere più tollerata. 

Quando una corda viene tirata troppo si strappa allorché venga raggiunto il punto di rottura. Così se un automezzo rischia un fuoristrada viene fermato prima da chi lo conduce, ma spesso coloro ai quali, per competenza specifica di interventi rimediativi, si evidenzia che su quella strada non si può proseguire, fan finta di niente e tacciono.

Nel detto quadro la manovra di incrementare per legge il numero dei taxisti (le tariffe dei quali sono fissate dai Comuni, non dagli stessi), dei farmacisti, dei notai, nell'invarianza numerica dei potenziali, ma non effettivi, clienti nel territorio, squilibra immediatamente la redditività e determina equivalenti licenziamenti.

Quando un reddito è insufficiente per uno lo è ancor di più per due. Le crisi delle categorie non sono rimediabili con "tapulli" (genovesismo per rappezzi) normativi, che possono anche farle incrementare, invece di alleviarle.

Aggiuntivamente: l'abolizione dei minimi tariffari traduce la qualità di una prestazione professionale per ottenere il conseguimento dei diritti non riconosciuti ad un assistito, al livello di acquistabilità di una merce da contrattare al ribasso, (neanche i giornali si vanno a comprare con un tale criterio), con un mercanteggiamento senza regole come in un bazar orientale.

Se inoltre vengono strumentalmente contrapposte le figure dei consumatori e dei produttori, dimenticando che i secondi sono anch'essi consumatori dei prodotti di altri, gli stessi non riescano più a rimanere sul mercato, e ne escono anche quali consumatori, unitamente ai loro dipendenti.

La società é un unicum intercorrelato non divisibile a fette, pena la sua frantumazione. Le contrapposizioni classistiche sono estranee alla natura ed alla logica del liberalismo e ad iniziative denominate, del tutto impropriamente, di "liberalizzazione".

Dietro le belle etichette spesso si trova un prodotto scadente. Tale alterata visuale del ruolo dell'imprenditoria è appunto cominciata con l'abolizione di quell'equo com penso che, pur mantenendo una equilibrata concorrenza, consentiva ai trasportatori merci almeno quel minimo previsto dalle tariffe a forcella, travolto da "libere" trattative individuali fra parti aventi un potere contrattuale totalmente differenziato.

Oggi si è giunti alla generalizzazione del principio "liberi tutti", senza regole.

Se chi viene immesso in un mercato apertogli illusoriamente per legge, non sopravvive, nessuno se ne assume la responsabilità; ma peggio è per chi, dopo una vita di investimenti per la qualità del suo prodotto, non riesce più a reggere in una situazione combinata di crisi nazionale e di indotto inflazionamento di una aggiuntiva concorrenza introdotta con leggi statali.

Sono gli imprenditori che fanno il mercato e non viceversa. L'attuale dissesto non è a loro riferibile, ma alla dissennata speculazione finanziaria internazionale, alla quale è stato consentito di prevaricare - liberamente - le leggi dell'economia, alle quali viene altresì preclusa l'azione che ha consentito un progressivo superamento dei periodi di crisi con riequilibrio del mercato, per l'opera degli artigiani, dei commercianti, degli industriali, degli operatori nei settori dei servizi. 

La libertà del mercato non è compatibile con il dirigismo statalistico. La professionalità imprenditoriale è il risultato di una vita di lavoro, non di improvvisazioni estemporanee. 

Anche i ristoranti più prestigiosi e le tradizionali trattorie tipiche locali offrono portate innovative e di diverso valore, ma chi "liberalizzato" si trovi ad essere immesso nella titolarità di un locale di ristorazione, affrontando il mercato del territorio senza conoscerlo e vanti quale specialità della casa una frittura di pescato vario, porgendo al cliente un coltello per tagliarsi egli stesso un affettato di cipolle crude , assicurandogli che sarà più buona e gli farà bene agli occhi, liberando i canali lacrimali, non è dissimile dal ministro che in una prestigiosa ed affollata manifestazione al Palazzo Ducale di Genova ha affermato che il basilico del pesto genovese era frutto di una innovativa "mutagenesi dei semi", suscitando l'indignazione generale e della stessa stampa cittadina.

La frittura mista delle categorie non è una soluzione che “libera” il mercato ma deprime ulteriormente l’economia.

L'art. 1 della Costituzione riconosce che "la sovranità appartiene al popolo" e che "la Repubblica è fondata sul lavoro".

Se anche l'autonomia operativa del lavoro viene sottratta alla libertà degli imprenditori con normative che la precludono , gli stessi , componenti del popolo, prima o poi se la riprendono; ma nei periodi bui non illudeteli sostenendo di averli "liberalizzati".

Articolo di Giorgio Pasetti tratto dal TN Primavera 2012, n. 1 anno XIV

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